OUVERTURE
di Michelangelo Zeno

Prima fu l’oscurità. Poi ci furono delle interferenze quantiche.
Poi ci fu il lavoro. Il tempo, a sentire chi se ne intende, non esiste.

All’inizio dei tempi i lavori erano semplici e duravano poco.
Trovare delle pietre focaie per accendere il fuoco. Fatto.
Accendere il fuoco. Fatto.
Fabbricare delle suppellettili per i musei del ventesimo secolo. Fatto.
Andare a dormire sperando che nessuna belva feroce riesca in qualche m

Quando gli schiavi egiziani trascinavano i pietroni per la costruzione delle piramidi lavorano in un tempo che Ramses II si divertiva a chiamare l’Eternità. Lo disse una sera per scherzo. Lo stava ascoltando un sacerdote che ripeté la parola a un nobile. In quel momento uno scriba stava origliando
e trascrisse la parola che fu letta da un guerriero. Questo guerriero la sussurrò a un mercante/artigiano che pensò bene di ripeterla a un contadino.
Il contadino, in un momento di particolare debolezza la confessò a uno schiavo. A quel punto la piramide era finita (giusto in tempo perché Ramses II morì il giorno dopo). Tutto questo schema venne poi copiato paro paro dai medievalisti, i quali però avevano meno tempo da perdere e i nomi così
si assomigliano un po’ tutti (Vassalli, Valvassori, Valvassini eccetera).
Erano comunque parole difficili da pronunciare, per questo i contadini inventarono il maggese, ossia un tempo di riposo dalla coltura durante
il quale si sdraiavano per terra distrutti dalle assonanze.

Il miglior strumento di lavoro che la storia recente ricordi è sicuramente
la ghigliottina. Pratica, rapida, economica, plastic free, eco friendly, alla sua epoca mise d’accordo tutti, come un film di Pieraccioni. Tuttavia, nessuno sapeva a cosa potesse servire. Più per rompere l’imbarazzo che per una vera
e propria convinzione, alcune persone iniziarono a infilare la testa fra i due montanti della costruzione.
La ghigliottina guida tuttora la classifica con il miglior rapporto Tempo/Risultato.

Durante la modernità si verificarono numerosi passi indietro nella definizione del rapporto tempo/lavoro. Questo perché la rivoluzione industriale
si è servita di manodopera presa fra gli analfabeti e i bambini,
cioè persone che non sapevano contare.
“Quante ore hai lavorato oggi?”
“Cosa sono le ore?”
“Non ti posso pagare.”
L’intellettuale e filosofo inglese Francis Bacon, spesso celebrato per il suo nome molto facile da imparare, iniziò già all’inizio del 17° secolo a firmare le prime deportazioni di bambini verso le colonie americane, nella speranza che rapportando l’alternanza sonno/veglia sul periodo di navigazione per mezzo del procedimento empirico, imparassero a contare. Tuttavia, questi sforzi di educare la plebe rimasero del tutto irrisolti, e la borghesia inglese dovette soffocare per decenni il desiderio di condividere la ricchezza prodotta.

Nel corso del 900 la questione si fa sempre più labile,
e il rapporto Tempo/Lavoro diventa sempre più sfuggente.

Il filosofo russo Vladimir Il’ic Lenin (per gli accoliti solo Lenin) calcolò
il tempo che ci metteva una gallina per produrre un uovo e scoprì che era sempre inferiore al tempo che impiegava per cuocerlo.

Mao Zedong (uno squilibrato di cui abbiamo conservato molti ritratti) scoprì che lo stesso principio valeva per il riso. Ad eccezione di quello integrale.
Il riso integrale non cuoce mai. Rimane sempre al dente. Lascia in bocca
la fastidiosa sensazione di avere della sabbia incastrata dentro le gengive
e lascia nell’anima la fastidiosa sensazione di non meritarsi la vita, di averla rubata a qualcuno di più adeguato che galleggia ingiustamente in un liquido vischioso sotto forma di possibilità inespressa mentre ci osserva con occhi privi di pietà. Per questo Mao sfuggì tutta la vita a se stesso e cambiò
il suo nome in Tienanmen.

Queste osservazioni non hanno mai però completamente spiegato il rapporto che intercorre fra Tempo e Lavoro e come esso si sia modificato attraverso l’avvento dell’esistenzialismo.
Nel 1924 Marguerite Duras si recò nella sezione di psicologia della biblioteca di Saigon. Lì trovò il Tempo che scrutava un libro aperto mentre picchiettava
i polpastrelli sulla copertina. Ben presto si accorse che non stava affatto leggendo, il suo corpo era contratto nell’attesa spasmodica di qualcosa.
La Duras si nascose e vide entrare il Lavoro. Il Tempo estrasse un rotolo di denaro dall’impermeabile, il Lavoro lo infilò nella borsa e iniziò a spogliarsi
di tutto ciò che aveva indosso. Scriverà Duras: “fin dall’inizio il Lavoro ha intuito, senza saperlo chiaramente, che il Tempo, incapace di amare, non può avvicinarsi al Lavoro se non in modo condizionato, in seguito a un accordo”.
(da La maladie de Lavor)

Aria
di Ian Bertolini

«Qui non ho mai fatto un giorno
di ferie»
mi ripeto quando «traffico».
Perché qui da noi un conto è
«lavorare» tutt’altra cosa
«trafficare».
Noi non intendiamo quella
specifica attività legata al
commercio,
tantomeno l’atto stesso
di spostare un oggetto
da cui pare derivi quel verbo:
per noi «trafficare» è qualcosa
di magicamente più profondo.
Non ne sono certo, ma
pare che quel verbo
sopravviva soltanto in mare,
nel lavoro minuzioso dei
marinai quando
maneggiano
con cura un oggetto di bordo.
Qui da noi, un po’ tutti
hanno a che fare con il mare,
ma il nostro significato
è ancora più intenso.

In realtà non lo so
se quel verbo esista davvero.
Probabilmente esiste solo
tra quelli della mia famiglia,
dove uno zio è partito per
l’America in cerca di fortuna
e nonostante siano passati cento
anni e non si sappia quale fortuna
abbia trovato si racconta ancora di
quel viaggio come se fosse una
leggenda di tutti, di quelle che si
leggono a scuola
alle quali bisogna credere per
forza, anche se nessuno di noi si
è mai chiesto come abbia fatto a
raccontarlo
dal momento che nessuno
ne ha mai più saputo niente.

Nelle famiglie come la nostra le
leggende hanno una funzione
sociale:
servono da collante,
ti fanno sentire parte di un
insieme complesso, ma
maledettamente unito.

Quindi può essere che il verbo
«trafficare» sia come la storia dello
zio d’America:
un verbo di famiglia,
una leggenda da tenere nel cassetto
e tramandare alle generazioni future.

Una volta davanti a casa
passarono delle persone
che non avevo mai visto,
parlavano la mia lingua
ma non erano di qui.
Ho provato a dire loro
che stavo «trafficando»
e forse mi hanno capito
perché nessuno ha chiesto spiegazioni
anche se, da noi, e in questo caso
mi riferisco ad un concetto di famiglia più
ampio, con almeno sessanta milioni di
persone, nessuno è abituato a chiedere
spiegazioni. «Non vorrei che pensassero
che non sono preparato»
.
Questo pensa la gente qui da noi.
Poi sorride
e, pur non capendo niente,
sta zitta, talvolta facendo cenno
col capo, per non sfigurare.

Fatto sta che c’è una differenza
enorme tra «lavorare» e
«trafficare»
anche se capisco che spiegarlo può essere
complesso ed è ancor più difficile capire se
la spiegazione è stata sufficientemente
precisa perché come vanno le cose qui
da noi
adesso lo sapete tutti.
Quando stamattina mi sono alzato
ho aperto le finestre e ho visto il Sole
quel Sole ancora un po’ freddo,
che per sentire quanto scalda
c’è bisogno di tempo.
Devi fermarti, mollare tutto
strizzare gli occhi e fissarlo
attentamente. Se gli fai sentire che
non hai fretta
sembra regalarti tutto il suo calore,
a poco a poco ti accarezza la faccia
e anche se fuori fa abbastanza freddo
ti viene voglia di toglierti il cappotto
e magari ti scappa anche un sorriso,
ma questa volta hai capito tutto
perché nessuno sa spiegarsi così bene.

Stamattina la situazione era la stessa,
qui succede quasi tutti i giorni,
ma non sempre capita di potersi fermare.
Sono uscito di casa, mi sono stretto nel
cappotto e ho guardato per un attimo quel Sole
e stavolta mi è parso
che fosse lui a sorridere
con lo stesso sorriso
di chi non ha capito niente.
Qui da noi, in questo caso,
diciamo al Sole «scusami, sto andando a lavorare».

Sono tornato a casa da poco:
ho rimesso il cappotto al suo posto,
sciolto il nodo alla cravatta
slacciato le scarpe, lavato le mani
e lentamente tolto la mascherina
e riposta nella bustina trasparente
perché anche se c’è scritto che dopo
otto ore consecutive va buttata
a me pare ancora buona.
Qui da noi ci si fida pochissimo
di quello che viene detto,
figuriamoci di quello che viene scritto.

In casa sono solo, non c’è quasi mai
nessuno ognuno ha la sua vita
e guarda il Sole come può.
Non ho neanche poi così tanta fame:
mi sento stanco, nonostante abbia
passato otto ore seduto su una
seggiola, ho i muscoli tutti rotti e
le dita
di uno che ha suonato il piano tutto il
giorno anche se io non ho mai suonato
il piano e non so bene cosa si
provi a farlo,
ma ho scritto tanto e ogni lettera
premuta su una tastiera qualunque
probabilmente richiede la stessa
energia e la stessa concentrazione
di una nota.

Ho sbottonato la camicia in fretta,
quella fretta che a volte scuce i
bottoni e li fa tintinnare sul
pavimento
sino a farli svanire nel nulla
in luoghi impossibili da raggiungere
e persino da immaginare.
La mia camicia ha i bottoni tutti diversi

perché se anche ne perdessi uno
potrei sostituirlo con un bottone
qualsiasi e nessuno se ne
accorgerebbe mai.
Ho infilato la tuta.
Quella sporca di vernice sulle
ginocchia e un po’ strappata sui
polsi.
Le scarpe le tengo in giardino.
Erano scarpe molto comode un
tempo. Ci andavo in vacanza
in montagna o
le usavo per andare in ufficio nei giorni di
pioggia. Adesso si inzuppano d’acqua,
ma ci sono affezionato,
non le ho buttate per la stessa
ragione per cui non butto mai le
mascherine.
Per «trafficare» vanno benissimo
perché non hai più paura di
rovinarle e loro,
benignamente, continuano
a fare il loro dovere
di tenerti i piedi protetti.
Prima di indossarle le capovolgo
per far uscire la terra
dell’ultima volta in cui le ho usate.
Quasi sempre escono anche delle foglie:
se sono ancora verdi è un buon segno
perché significa che ho «trafficato» di
recente, se sono gialle qualcosa non va
perché significa che quelle scarpe
sono ferme da alcuni giorni perché
io non ho potuto «trafficare».
A volte è per una sciocchezza
altre volte per ragioni più serie.
Dipende sempre dalla gradazione
di giallo e dal livello di umidità
delle foglie.
È il mio modo di affrontare il tempo.
Un orologio che non segna le ore,
ma la tua partecipazione alla vita.
Indossando quelle scarpe la fatica
scompare. Affronto il giardino come la
prima volta in cui ho baciato mia
moglie.
Taglio i rami secchi degli albicocchi,
levo le erbacce dalle crepe del
pavimento, risistemo la piastrella
rotta dal gelo
rivernicio la ringhiera consumata
dal Sole e mi fermo a guardarlo,
con tutto il tempo necessario
per sentire il suo calore sulla faccia
perché non ho la fretta di lavorare,
ma quella meravigliosa calma di trafficare.

Indosso quelle scarpe e mi sento rinato,
la fatica del lavoro scompare
e inizia la gioia
del saper fare qualcosa,
con amore, calma e pazienza.

Pochi giorni fa ho pensato
di scrivere una frase sopra al portone
per correggere quell’orrendo errore
della Storia. Sono giorni che unisco pezzi
di ferraglie
per completare quella scritta:
Trafficare rende liberi.
In basso un piccolo sottotitolo,
in filo di ferro ramato:
Qui non ho mai fatto un giorno di ferie
perché non ne avevo bisogno.

Prima di me si occupò di questo giardino
mio padre, prima di lui mio nonno
e prima ancora il padre di mio nonno.
Cerco di impegnarmi più che posso
pur facendo di testa mia e soltanto quello che so
fare. Lo faccio perché vorrei che guardando
questo giardino, come guardando le mie camicie,
nessuno si accorgesse
che manca un bottone.

Se un giorno morirò
all’indomani qualcuno
troverà queste scarpe tutte rotte.
Spero che prima di buttarle
le capovolga una o due volte:
preferirei che uscissero foglie verdi
perché l’idea di far uscire foglie secche
nella mia famiglia
ci ha sempre spaventati.

Recitativo
di Marco Morana

Mi tolgo le scarpe, un lungo respiro. Doccia. Mi sdraio accanto al muro,
vicino al frigo, appoggio le gambe al muro, le allungo verso l’alto.
Fumo l’erba, il sangue scende dalle periferie verso il torace, le alleggerisce.
Le gambe pesano di nuovo sotto le lenzuola fresche di aria condizionata.
La schiena pulsa. I lombari indolenziti. Tunnel carpale. Epicondilite. Formicolio cronico. Il nervo della gamba sinistra tira fino alle dita esterne
del piede. Questi dolori mi accompagnano in un sonno disturbato
e rassicurante nel suo essere disturbato allo stesso modo, ogni notte.

Vorrei essere stanco come quelle notti dopo il turno mentre mi rigiro sul mio letto di cassaintegrato. Mi manca la stanchezza del mio vecchio lavoro
da cameriere, e non è neanche mezzanotte.
Quando avevo uno stipendio fisso mezzanotte era presto. Quando avevo degli orari da rispettare le dieci del mattino era presto. La mia giornata era spostata verso il buio. Colazione, pranzo, cena: tutto più tardi di adesso,
tutto più affollato. Mi tagliavo le dita con le capsule delle bottiglie,
e poi bruciavano quando tornavo a casa.

Il mio lavoro salariato era un’occupazione fissa e stabile, con un contratto regolare ottenuto dopo solo tre anni di nero. È durato fino al turno di pranzo di domenica 8 marzo 2020. Dieci anni. Non è stata una parentesi,
un sostentamento passeggero, nemmeno una fase. Quattordici mensilità,
ferie pagate, malattia fino a un certo punto, fino al punto in cui il mio datore
di lavoro non si è accorto che secondo il contratto collettivo nazionale non era tenuto a pagarla per assenze inferiori ai cinque giorni (è stato il nuovo consulente a dirglielo, io ho chiamato il sindacato per chiedere conferma,
mi hanno risposto che nella contrattazione avevano dovuto cedere
e che si dispiacevano molto).

“Datore di lavoro” è sbagliato: sono io, il dipendente, che do a lui il lavoro. Anche “dipendente” è sbagliato: è lui che dipende da me.

Oggi è il 26 aprile 2021. Dopo tredici mesi, posso dire di aver fisicamente recuperato. Quel senso di sonnolenza appiccicosa è sparito. Bevo meno caffè.
Nella parte della giornata in cui facevo l’altro lavoro, quello senza salario, sapevo che era giusto nascondere la mia stanchezza. Cercavo di non nominarla. Non sempre mi riusciva. Negli ultimi anni era faticoso svegliarmi presto e tentavo di organizzare il lavoro non salariato in funzione del lavoro salariato.

Quando dicevo ai miei colleghi non salariati che facevo il cameriere, osservavo attentamente le loro reazioni: rispettoso senso di estraneità;
un po’ di pena; ammirazione per quelli che si sporcano le mani; diffidenza. Osservandoli, volevo credere che sarei rimasto indifferente, che i loro sguardi non avrebbero influito sull’opinione che avevo di me: illusione di classe.

Certe volte usavo delle circonlocuzioni. Quella che mi piaceva di più:
mi occupo di vino in una enoteca. Era abbastanza vera da farmi sentire
a posto con la coscienza. La usavo con leggerezza per non chiedermi perché
la usassi. Il vino piace a tutti.

Il mio lavoro salariato è parte di me. Anche se decidessi di non tornare,
anche se mi licenzieranno sarò sempre quel lavoro.

Sabato scorso passo dal ristorante, in bici. Partendo dalla nuova casa del quartiere centrale in cui sono ospite perché non posso più pagare un affitto corro lungo la ciclabile che costeggia il fiume, dieci minuti più o meno.
È una giornata tiepida. Sembro proprio uno di quei clienti che girano in bici
e che abitano in centro, clienti che non lavorano. Il loro buon umore domenicale era un oltraggio alla nostra stanchezza. Saluto i colleghi che non sono cassaintegrati quanto me (sono cassaintegrati in percentuali più piccole,
e dunque possono lavorare per una parte dell’orario). Eccomi, l’arrampicatore sociale. Mi sono sistemato. Finalmente sono diventato l’artista del centro
che si trastulla. Il poeta che si fa mantenere.
Ma l’autoironia non mi toglie la vergogna. E quando mi domandano cosa scrivo in questi mesi, cosa faccio con tutto questo nuovo tempo a disposizione, quando i miei colleghi si interessano sinceramente alla mia vita adesso così distante dalla loro, rispondo che anche a me la cassa arriva in ritardo, che anche a me i soldi non bastano, e che i soci del ristorante non hanno anticipato niente, che hanno tagliato le teste in un momento inopportuno –
i più anziani, quelli con famiglia, alcuni stranieri –, i capi si sono dimostrati cinici e irresponsabili, e i nostri colleghi che non sono stati chiamati non ce la fanno più, G. ha due figli adolescenti, M. dice che vuole attaccarsi alla canna del gas, Z. ha dovuto lasciare la città e tornare a vivere dalla madre,
in provincia, a cinquantaquattro anni.

Ma il fatto è che quelli che sono rimasti lavorano lì e io non ci lavoro. E non ci lavorerò nemmeno domani e neanche dopodomani. Non dovrò allacciarmi il grembiule e tenerlo per un tempo preciso almeno quattro volte alla settimana. Non dovrò: chiudere i tavoli e le sedie e sistemare tutto dentro; non dovrò pulire la madia del pane e la macchina del caffè; portare in magazzino i vuoti e portare dal magazzino le ricariche; spazzare, lavare il pavimento.

Mentre loro sono impegnati nelle operazioni di chiusura, mi chiedo quante volte le ho ripetute, io, nella mia vita, quelle stesse operazioni che potrei fare
a occhi chiusi. È una domanda che mi allontana da loro, il resoconto puzza più dei loro vestiti. Finalmente mi sono liberato della puzza del ristorante.
È un odore famigliare ma che non ha mai smesso disgustarmi.
Se rimango qui fino alla fine forse i miei vestiti si impregneranno.
Tornerò a casa disgustato ma sarò parte di un gruppo.
Prendo una ricevuta. Scusate, siamo in chiusura, dico, cercando di riprodurre la stessa accogliente autorità che usavo sempre in questi casi. (Sono un bravo cameriere. Mi basta uno sguardo per capire come sta la sala, se bisogna rallentare o accelerare, a quale tavolo manca una forchetta). Quella coppia viene spesso, di solito ci diamo del tu. Questa volta non mi riconoscono.
Non ho il grembiule. Non ho l’aria annoiata perché abbiamo lavorato poco,
o stanca perché abbiamo lavorato troppo, o distratta perché penso ai progetti del lavoro non salariato.

Non ho celebrato il funerale del mio lavoro salariato. Anche se tecnicamente non è finito perché la cassa integrazione è stata prolungata, c’è una distanza tra lui e me.

I primi turni sono ore ferme, guardare troppe volte l’orologio, non volere essere in quel posto, pensare ai soldi che mi ricompenseranno dello sforzo, rimuginare sul sacrificio, è utile fare qualcosa di concreto, pratico, che compensi la mia attività intellettuale, finalmente sono indipendente, sono adulto. Questo non è il mio lavoro, questo non sono io (lo sarai, ma ancora speri sia un ripiego di pochi mesi). Poi il tempo passa e accetto di lavorare per uno stipendio. Il tempo passa, il mio corpo vive il lavoro e comprende che non c’è niente di nobile. È lavoro: le lancette girano, la luce cambia sui teloni del dehor, i clienti arrivano, si siedono, vanno via. Porterò tavoli e sedie dentro almeno quattro volte a settimana, pulirò la madia del pane e la macchina del caffè, sistemerò in magazzino i vuoti e dal magazzino prenderò le bottiglie da ricaricare, le lattine da ricaricare e le metterò in frigo, in un ordine che non ho scelto io ma che è funzionale a un meccanismo su cui non ho alcun controllo. Poi spazzerò, laverò il pavimento. Sentirò le gambe indolenzite, le fitte ai lombari.

Verso le due di notte mi toglierò le scarpe, un lungo respiro. Dieci anni.

Aria
di Christian di Furia

Se mi sveglio alle sette ogni giorno non è perché suona alle sette la sveglia tutti i giorni, ma perché tutti i giorni, alle sette, io sto lavorando già da tre ore almeno: tra un respiro profondo e l’altro, un sogno e l’altro.

Il mio sonno è continuamente disturbato dal sogno del lavoro che dovrò fare l’indomani — sogno il lavoro che ho da fare, e non c’è scampo: lo anticipo,
lo immagino, lo rivedo, lo correggo; e mi spavento o mi rincuoro — tendenzialmente mi angoscio: mi chiedo se sono decente, bravo, se sono all’altezza del lavoro che ho da fare — che poi in sogno sto già facendo.

Così finisce che quando alle sette suona la sveglia e mi sveglio per lavorare, sono stanco come se il lavoro l’avessi effettivamente già svolto: sono stanco perché ho lavorato.
Quindi mi alzo dal letto e avrei bisogno di una pausa.
Mi sveglio.
E avrei proprio bisogno di un bel riposo.

Allora ho pensato, in una riunione sindacale fra le tre e mezza e le quattro di stanotte, discussa in bilico, ognuno dei partecipanti, sui pali della luce, quelli ricurvi, che ci dondolavano come prosciutti appesi al gancio nelle macellerie, ho pensato che dovrei farmi pagare non soltanto il tempo di lavoro che svolgo nella realtà quando mi sveglio, ma anche, a non dire solamente, il tempo di lavoro onirico che svolgo in sogno quando dormo.

Che sia assunto, sia ingaggiato, sia commissionato, sia coinvolto, sia prestato, sia consultato, sia somministrato, sia chiamato, sia determinato,
sia progettato: io sono sequestrato.
La realtà mi segue e il suo lavoro scivola sotto la fessura della mia porta
di casa e quando è notte striscia sotto le coperte del letto, e dopo avermi immobilizzato, per le orecchie mi entra nei sogni.
Dove io è il capo è il dipendente; e confondo verbi, congiunzioni e soggetti.

Il problema, ha detto giustamente durante la riunione sindacale una ragazza-semaforo balbuziente con gli occhi verdi e la bocca rossa, il problema, balbettava e singhiozzava, è che il tempo dei sogni è diverso dal tempo della realtà: tu pensi di dormire cinque minuti e poi suona la sveglia e sono passate due ore; o credi di aver fatto un sogno lunghissimo, e che hai dormito quindi sette ore almeno, invece di sonno hai fatto scarsi due minuti.

A questo punto, ha preso la parola un vecchio-barattolo a bordo strada che non aveva collo e non aveva braccia e la voce che vibrava ribolliva dai suoi succhi gastrici, a questo punto, ha detto il vecchio-barattolo incazzato, lasciamo stare il dormiveglia, allora, che andrebbe abolito da qualsiasi convenzione internazionale per i diritti umani fondamentali.
Il dormiveglia è schiavitù!, morte al dormiveglia!, hanno cominciato a gridare sostenitori del vecchio-barattolo venuti fuori dalle pattumiere traboccanti — consumate donne-scatolette di tonno, energumeni-carne in gelatina
e ragazzini-barattolini sottolio.
La riunione in quel momento è stata sospesa per disordini, tafferugli, parapiglia, pigia-pigia e scompigli — una delegazione sindacale guidata dal vecchio-barattolo aveva fatto irruzione tenendo in alto uno striscione rosso con la scritta nera: DORMIMERDA.

Tornato a lavoro nel sogno — dovevo montare un palcoscenico, e prima ancora di cominciare riflettevo su quanto sarebbe stato faticoso, e mentre riflettevo su quanto sarebbe stato faticoso, il palcoscenico da montare si faceva sempre più grande e quindi più faticoso, arrivando a essere alto cento metri e largo duecento (mentre iniziavo a trasportare i pezzi del palco ho cominciato anche l’altro lavoro, dovevo scrivere un piccolo racconto a partire da una lettera dell’alfabeto, così che mentre scaricavo i segmenti del palcoscenico dal furgone ogni lettera dell’alfabeto mi parlava e mi raccontava qualcosa,
e gridavano tutte insieme e mi si paravano davanti e io avrei tanto voluto schiacciare ogni lettera dell’alfabeto con un pezzo del palcoscenico,
e se non l’ho fatto è solo perché ho realizzato che avrei distrutto l’alfabeto
e quindi saremmo rimasti tutti muti: sicuramente io non avrei potuto più scrivere niente) — tornato a lavoro nel sogno, rimuginavo sulle parole della ragazza-semaforo.
Se il tempo nel sogno è fluido e malleabile, come funziona il pagamento orario del tempo di lavoro onirico?
È una questione fondamentale.
Fondamentale specie se proviamo a fare questa considerazione.

Ogni cosa nel mondo ha un prezzo.
Proviamo allora a considerare le cose che acquistiamo non in base ai soldi
che servono per comprarle ma in base al tempo di lavoro impiegato per guadagnare quei soldi che servono.
Per esempio, stavo una volta con una che lavorava in un bar sette ore al giorno per sei giorni e prendeva 2,97 euro all’ora — facciamo 3.
Facciamo che al posto suo c’ero io e che quindi fossi io a lavorare sette
ore al giorno e guadagnare tre euro all’ora.
Ieri in libreria ho visto un libro che vorrei comprare: costa 19 euro e 50.
In base alla mia giornata di lavoro per comprare quel libro a me servono… sei ore e qualche minuto di lavoro — facciamo sette ore.
In base alla mia giornata da ragazzo del bar quel libro mi costa sette ore,
mi costa cioè un’intera giornata di lavoro.
Roba che se il libro non è bello mando al diavolo l’autore e smetto di leggere libri.
Anzi siccome non mi fido smetto subito.
O nel mio palazzo si vende un appartamento a novantamila euro.
Novantamila diviso tre fa trentamila: quell’appartamento mi costa trentamila ore di lavoro.
Trentamila ore che sono più o meno quattromila giornate di lavoro, in pratica quattromila giorni, in generale.
Quattromila giorni che sono più o meno undici anni di lavoro.
Vendesi appartamento, prezzo: undici anni.
Dammi undici anni e io ti do la casa.
Trattiamo: ti do otto anni.
Dieci.
Facciamo nove e ci metto dentro l’anno dei miei cinque anni, il mio anno di vita preferito.
Oppure facciamo che smetto di comprare casa: di comprare libri e di comprare casa.

Diciamo che con la ragazza che lavorava nel bar non si va molto avanti,
perciò l’ho lasciata.
Vabbè, in realtà mi ha lasciato lei.
Ma ciò di cui sto parlando è altro: dico sulle etichette non dovrebbe esserci
il prezzo in denaro.
Ma in tempo — di lavoro.
E i tempi sono diversi, quindi per ogni oggetto, sull’etichetta, ci sarebbero prezzi — di tempo — diversi: uno stesso oggetto per me costa una cosa,
per te un altro e per quello un altro ancora.

E allora quante vite mi servono per comprare le stesse cose
che può comprarsi un altro?
Quanto tempo mi serve, quante vite devo vivere?
Quante vite, quanti lavori devo fare, e quanti sogni?

Dunque, ho deciso. Non appena finisco di lavorare, e torno a casa stasera per mettermi a dormire e ricominciare a lavorare, prendo parola alla riunione sindacale fissata tra le cinque e le cinque e mezza, guardo in faccia tutti, guardo la ragazza-semaforo, il vecchio-barattolo, guardo tutti dritto negli occhi, prendo parola e dico basta, il lavoro è lavoro, e il tempo di lavoro onirico va pagato.
La lotta è dura e non ci fa paura.
Sono disposto a tutto.
All’insonnia che porta all’esaurimento, a ogni
droga che mi tenga attivo, a qualsiasi
panico per il futuro.

Dovessi cadere la mia sarebbe una morte bianca, come una notte in cui non dormo.
Per essere finalmente
libero di essere
all’altezza dei miei incubi.
Quelli reali.

Quando si dice: il lavoro dei miei sogni…
Qual è il lavoro dei tuoi sogni?
Il mio è quello
che non voglio più fare.

DUETTO
di Tommaso Fermariello


Due uomini.

1. Ho trentatré anni.

2. Ho ventisei anni.

1. Questo week-end sono andato al mare con la mia compagna.

2. Domenica sono andato in montagna con un mio amico. Ci piace camminare.

1. Il mare sta a due ore e mezza di macchina dalla città in cui viviamo. Quindi si parte il venerdì sera, e si va via la domenica sera. È un modo per respirare. All’andata ho guidato io: mentre guidavo tiravo giù il finestrino, annusavo l’aria del mare. Mi sentivo contento, era stata una bella settimana di lavoro, ero soddisfatto, sicuro di me. I problemi sono iniziati quella notte.

2. L’amico con cui vado a camminare è nella mia stessa situazione: ci siamo laureati e non abbiamo trovato lavoro. Ormai è almeno un anno che sto così, e mi sembra quasi di averla accettata. Forse sono destinato al fallimento. Per fortuna c’è il mio amico: con lui posso parlare, mi capisce se gli racconto di quanto è faticoso trascorrere una giornata. Di come mi sembra che le ore siano lentissime e le giornate velocissime, di come mi sembra che la mia vita sia impantanata e al tempo stesso corra via furiosamente.
Anche lui si chiede: ma perché sono nato?
Andare a camminare è il nostro modo per sfogarci.

1. È mezzanotte e mezza. Ho la mia compagna che dorme di fianco a me, e io non riesco a prendere sonno. Mi giro su un fianco, mi giro sull’altro, mi metto sulla schiena, sospiro, tento di svegliarla ma non ci riesco. E di colpo un pensiero si infila nella testa, una voce, che era la mia voce, che diceva: non dovresti lavorare ora?

2. Quando andiamo in montagna guida sempre il mio amico, mi passa a prendere sotto casa. Mi piace quando sono lì sul marciapiede ad aspettarlo, è il momento prima di un momento piacevole, quindi un momento piacevolissimo. Questa volta però quando è arrivato, e sono entrato in macchina, si è sentito subito che c’era qualcosa di diverso. Si annusava. Ma ho deciso di fare finta di niente, perché non volevo rovinarmi la mia domenica in montagna.

1. La verità è che, sì, dovevo lavorare. La settimana successiva dovevo consegnare un lavoro, ed ero rimasto abbastanza indietro, perché questo lavoro si era sommato ad altri lavori che dovevo già fare, e si era creata questa mole di lavoro effettivamente eccessiva, frutto della mia incapacità di dire di no, no, no, non ho tempo. Quindi sì, in teoria dovevo lavorare. Però questo si scontrava con le mie idee: in un momento storico in cui non ci sono mai confini negli orari lavorativi, in cui tutto è sempre molto liquido, io infatti mi sono dato delle regole per limitarmi. Per evitare di farmi ingoiare dal lavoro. E una di queste regole è che il week-end non si lavora.

2. La macchina la lasciamo in un parcheggio che c’è alla base del monte, e iniziamo a camminare.
Il sentiero è molto bello, da una parte c’è il bosco, dall’altra uno strapiombo che dà su tutta la valle. Cammino e guardo le foglie, i sassi, il lago all’orizzonte, e mi sento connesso a tutte queste cose, e non capisco perché continuo a sentirmi così miserabile. Nella mia testa prego il dio della montagna di farmi trovare un lavoro, di farmi andare via da casa. La cosa peggiore è quando qualcuno mi si presenta e mi chiede: tu cosa fai? Mi vergogno come un cane, e il dio della montagna lo sa.

1. Però in quel momento non stavo dormendo, no? Quindi mi sono detto: piuttosto che rimanere a letto a perdere tempo e non dormire, tanto vale alzarmi e mettermi a lavorare, no? Così mi tolgo il pensiero e il sabato e la domenica me li passo più tranquilli. Quindi mi sono alzato, sono andato alla valigia, l’ho aperta, e il computer non c’era. E mi sono ricordato che quella stronza della mia compagna me l’aveva fatto lasciare a casa. Perché il week-end ci si riposa.

2. Siamo tutti e due molto silenziosi oggi. Succede.

1. A quel punto mi sono rimesso a letto, però ormai era impossibile addormentarsi. La mia testa era assorbita dai pensieri sul lavoro.
Come fare a consegnare in tempo? Perché ho deciso di passare il week-end
al mare? Perché sono così pigro? E io sapevo che la colpa era sua, cioè della mia ragazza, che cerca sempre di staccarmi dal lavoro, e per carità fa bene,
è giusto moralmente ed eticamente, e lo fa per non farmi stressare, però credo che un pochino dovrebbe farsi i cazzi suoi e farmi lavorare, visto che poi lei dorme beata e io sto qui a stressarmi pensando al lavoro che non posso fare.
E il mio non è un lavoro con cui è facile vivere. Mi sono fatto un culo così per avere delle persone che mi chiamano per farmi lavorare. E quindi bisogna essere sempre sul pezzo, bisogna essere geniali. Avere sempre qualcosa di diverso, di nuovo, originale. E invece mi trovo lì, al mare, a non fare un cazzo.

2. Se potessi scegliere, vorrei fare un lavoro artistico. O almeno qualcosa
di vicino a quello in cui mi sono laureato. Ma adesso mi andrebbe bene
più o meno qualsiasi cosa. È che non riesco a scuotermi da questa specie
di torpore in cui mi trovo. Lo so che dovrei darmi una svegliata, essere un uomo, prendere in mano la mia vita. Ma non ce la faccio. Ci deve essere qualcuno che fallisce, no? Non possiamo essere tutti vincitori.
Ne parliamo spesso, io e il mio amico, mentre camminiamo. Secondo noi la colpa è tutta degli sceneggiatori americani, che ci hanno inculcato l’idea che dobbiamo credere nei nostri sogni, che dobbiamo lottare fino all’ultimo,
che solo così riusciremo ad avere quello che vogliamo. Però non è vero.
Quello è un film, è facile avere successo in un film. Nei film se cadi da uno strapiombo, c’è sempre uno sperone di roccia a cui ti puoi aggrappare.
Nella vera montagna no. Nella vera montagna precipiti.

1. Allora ho deciso di uscire e andare a fare una passeggiata. Le passeggiate sono un ottimo modo per avere idee. Mi sono detto: non lavoro al computer, ma almeno passeggio e mi faccio venire delle idee. Quindi sono uscito di soppiatto dalla casa e ho iniziato a camminare. E ho avuto un’idea.

2. Dopo tre ore siamo arrivati alla fine della passeggiata. In cima al monte c’era questo vecchio rifugio, ormai abbandonato. Da lì la vista era davvero bella. E lì mi è venuta un’idea.
È stata davvero un’illuminazione, mi sono sentito scaldare, avevo lo stomaco in subbuglio. Mi sembrava di aver trovato il modo di cambiare la mia vita. E gliel’ho detto, al mio amico.
Prendiamoci questo rifugio. Lo mettiamo a posto, lo sistemiamo, e lo riapriamo. E così abbiamo la possibilità di stare sempre in montagna. Ma non è finita qui: perché noi, a differenza degli altri montanari che gestiscono i rifugi, abbiamo studiato, e siamo giovani, freschi. Possiamo renderlo un posto cool, diverso dagli altri. E magari funziona e si riempie di gente, e con i soldi che facciamo ci prendiamo degli altri rifugi da mettere a posto. E così via. Stiamo vicino a qualcosa che amiamo e ci facciamo i soldi. Che ne dici?

1. L’idea che ho pensato è semplice: è mezzanotte e mezza. Se io ora prendo la macchina, e torno in città, e torno a casa a prendere il computer, massimo alle cinque sono qui. Lavoro dalle cinque alle otto, poi la mia ragazza si sveglia, io nascondo il computer, faccio finta di niente, e passo la giornata con lei. Quando poi domani notte si riaddormenta, io tiro fuori il computer e mi rimetto a lavorare. Così faccio sia il week-end di riposo che il week-end di lavoro, e siamo contenti tutti e due. E allora ho preso la macchina e sono partito.

2. Lui mi guarda, sorride e dice: ci sta. Ma c’è qualcosa che non va. In un altro momento si sarebbe esaltato, avrebbe iniziato a tirare fuori idee, ci saremmo gasati a vicenda. E invece mi dice solo: ci sta. Poi fa una specie di sospiro, come se stesse tentando di farsi coraggio, mi guarda e dice: ho trovato un lavoro.

1. Allora sto guidando verso casa, in autostrada, e sto correndo, perché devo stare molto attento alle tempistiche per fare in modo che il mio piano funzioni. Però sono contento, mi sembra di aver risolto tutti i problemi della mia vita. E mentre guido, sento il telefono che vibra: una notifica. Lo so che non dovrei guardarla, mentre si guida non si guarda il cellulare, e però lo faccio lo stesso perché tanto non c’è nessuno in autostrada. E la notifica è il messaggio di uno, un tizio a cui ho fatto un lavoro, che mi dice che quel lavoro non va bene. E glielo devo rifare entro la prossima settimana.
E io continuo a guidare dritto in autostrada, e nella testa però c’è un casino.
Non ce la farò mai.
Non consegnerò nessuno dei lavori in tempo.
Il lavoro non va bene. Il lavoro va rifatto. Faccio schifo. Non sono capace.
Mi rendo conto che il volante mi scivola, che ho le mani sudate. Che ho il cuore che batte molto forte, forse un po’ troppo forte. È questa la mia vita?
La carrozzeria sembra restringersi intorno a me, e io metto la freccia e accosto, e mi butto fuori dalla macchina inseguendo un po’ d’aria da respirare.

2. Stiamo tornando, lui cammina di fronte a me e mi racconta di questo lavoro che ha trovato. Mi dice che gli dispiace, che non è riuscito a dirmelo prima. Che gli sembrava di abbandonarmi.
Che non sa se nei prossimi week-end potrà venire a camminare con me, perché è un lavoro impegnativo e all’inizio è meglio rimanere disponibili. Io gli dico di non preoccuparsi, che lo so come funzionano queste cose qui, anche se non è vero che lo so.
E tutto attorno a me sento il brusio della montagna, le foglie che frusciano, il gorgoglio di un torrentello, qualche lucertola che striscia. Il dio della montagna che cerca di parlare con me.
E lui continua a parlare — come sono stato fortunato a trovare questo lavoro, forse alla fine essere perseveranti ha pagato, bisogna insistere, tu continua a insistere e vedrai che ce la fai, l’importante è capire cos’è che vorresti veramente fare — e in quel momento non so cosa succede, non so se è una cosa che faccio apposta, o se capita per caso, ma il mio piede si allunga in mezzo alle sue gambe, e questo lo fa inciampare e cadere in avanti. Solo che proprio in quel tratto del sentiero c’è una leggera curva, e quindi cadendo lui in avanti, fondamentalmente cade fuori dal sentiero. E si spacca la schiena.

1. Mi appoggio al guardrail e provo a respirare. Sotto di me, a una cinquantina di metri, c’è il mare.
Si sente forte il rumore delle onde che sbattono contro gli scogli.
È questa la mia vita? Questo eterno lavorare, saltare tra i lavori, cercare di essere il migliore, rodermi il fegato, consumare ogni momento nella speranza di diventare sempre più bravo, il più bravo, avere lavori sempre migliori, essere riconosciuto dalle persone del mio settore, diventare un nome, lavorare sempre, esserci al centopercento, essere sul pezzo, in pompetta, spumeggiante.
Mi appoggio al guardrail e mi tremano le mani. Sono terrorizzato.
Mentre sto lì immobile, sento il rumore di una macchina che accosta. Ne esce un ragazzo, più o meno della mia età. Si avvicina a me con una faccia preoccupata, e mi chiede: tutto bene?
Non vorrai buttarti, vero?

2. Sono arrivato davanti alla sua macchina, ho chiamato la polizia e mi sono messo ad aspettare.
Poi sono arrivati, e mi hanno portato con loro. Mi hanno chiesto il nome, la mia età, quello che ho studiato. Erano gentili, cercavano di farmi parlare. Mi hanno chiesto di parlare di quello che era successo e io l’ho fatto. E poi mi hanno chiesto: e cosa fai nella vita?
E allora ho urlato.

1. E io sono scoppiato a piangere. Mi sono sentito come un bambino beccato a fare qualcosa che non avrebbe dovuto fare, e ho pianto di fronte a lui. E gliel’ho detto: non ce la faccio a consegnare in tempo. Ho bisogno di riposarmi. Non ce la faccio a consegnare in tempo. E lui si è avvicinato a me, mi ha stretto la testa sulla sua spalla, e mi ha fatto piangere lì. E poi però mi sono accorto che mentre mi teneva stretto, anche lui stava piangendo. E mi ha detto: neanche io riesco a consegnare in tempo. C’è troppa roba. Non ce la faccio. E siamo rimasti lì, a piangere in autostrada.

©MPK-WTAP

Intermezzo
di Pier Lorenzo Pisano

Foto del primo oggetto mai costruito da mano umana, anzi non si tratta nemmeno di una mano umana perché è datato a tre milioni di anni fa
e a quell’epoca non eravamo ancora Sapiens, ma comunque eccolo qua,
un pezzo di roccia squadrato che magari è nato da un gioco di bambini, tiri
un calcio a un sasso e per caso crei il primo manufatto, e poi da questo ne crei un altro e poi un altro e un altro ed ora eccolo, su un piedistallo di fango, l’inizio della tecnica, l’inizio dell’industria, l’inizio del lavoro.

https://africanfossils.org/tools/lom3%202012%20j17%203%20?o=1

A questo link c’è il modello 3D interattivo del sasso, ritrovato nel sito
di Lomekwi 3 in Kenya. Ci clicchi con il mouse ed è come se te lo potessi rigirare in mano, come tre milioni di anni fa un ominide.
Ci clicchi con il mouse e puoi vedere da ogni angolazione l’oggetto più avanzato della sua epoca, ancora prima della scoperta del fuoco, il Large Hadron Collider del suo tempo: sassi sparati alla velocità della luce contro altri sassi per creare sassi più piccoli e specializzati.

Tutte le tecnologie che ti permettono di visualizzare su uno schermo
il modello virtuale di questa pietra derivano proprio da questa stessa pietra, con centoventottomila generazioni umane di aggiustamenti, ma tutto parte
da lì, ci dev’essere una prima forma di ogni cosa, e la prima forma è questa,
e il primo lavoro è questo, lo spaccapietre, o lo scultore, il primo lavoro è nato dal piacere, il piacere di spaccare qualcosa con forza, il piacere di vedere
i frammenti di pietra che saltano via, il piacere di vedere le ossa che si spezzano, la carne che si lacera, l’adrenalina di ritrovarsi improvvisamente una mano più pesante, più potente, più capace di fracassare il mondo,
la sensazione di stringere la presa su un oggetto fatto apposta per te, l’unica cosa del pianeta fatta apposta per te, la rabbia adolescenziale di spaccare tutto, più che costruire, spacchiamo tutta la terra, un sasso alla volta,
prima di andarcene via.

Recitativo
di Valentina Gamna


Anna in macchina davanti a casa aspetta che si spengano le luci delle stanze. Con le mani sul volante guarda la luce incorniciata dalla finestra al primo piano, non si spegne, ecco: si è spenta. Anna avanza verso il portone,
conta i passi: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci.
Prima, nello scendere dalla macchina, aveva contato il piede sulla ghiaia
del vialetto — uno, la porta della macchina mentre si chiude — due.
Le chiavi della macchina in tasca — tre, le chiavi di casa in mano — quattro.
Poi i passi nel vialetto. Poi, casa.

Era arrivata in tempo, questa volta. Aveva spinto forte in autostrada
e sull’aereo era passata davanti a tutti, s’era alzata quando il segnale luminoso delle cinture brillava ancora, s’era stretta per passare tra le persone ed era scesa per prima. Con il bagaglio a mano e la ventiquattr’ore non s’era fermata ai rulli insieme ai turisti che sciabattavano lungo il pavimento illuminato dai neon chiedendosi se le valigie sarebbero arrivate su quello o sull’altro nastro. Aveva parcheggiato al P1, in tre minuti era fuori, l’aeroporto alle spalle,
il piede sul pedale e via. La macchina enorme e lei piccola, un metro
e sessantatré. Aveva spinto forte in autostrada, doveva arrivare in tempo per la cena, per il bagnetto, per annusare capelli sottili, infilare pigiamini puliti, leggere storie, dare bacini, accendere lucine, doveva farsi la doccia, cambiarsi, sorridergli e chiedergli come fosse andata la giornata, la settimana,
fare le cose che vanno fatte, stendere, raccogliere giochi e calzini,
caricare la lavastoviglie, spegnere la luce, andare a letto.

Nel vialetto Anna aspetta che le luci si spengano. Con le mani sul volante guarda la luce incorniciata dalla finestra al primo piano. Non l’hanno chiamata, sapevano che sarebbe potuta non arrivare in tempo.
Era già successo.
Non sapevano, però, che aveva spinto forte in autostrada solo per stringerseli addosso, cascare sotto al loro peso, le unghiette affilate a graffiarle il collo,
i piedini che si arrampicano e scivolano e scalciano sulle cosce,
le anche, la schiena. Il pensiero di loro si era fatto greve quando l’aereo era atterrato. Durante la settimana si era insinuato, sottile, a tratti. Mentre il collega più giovane, quello che piaceva a tutti, quello che veniva dall’America, dalla Cina, dal giro del mondo, quello senza figli, senza niente, col sorriso bianchissimo, con i mocassini, con le slide e le presentazioni, stava presentando, appunto, e il pensiero le si era insinuato giù dal collo, lungo
la schiena, si era ficcato nella pancia, aveva girato attorno all’ombelico e le era finito in gola. Il pensiero di Michele che correva con le braccia buttate all’indietro e Tommaso, accovacciato, che seguiva le formiche con lo sguardo e a un certo punto ne uccideva una. In quello stesso istante ma a 1.179 chilometri di distanza. Tommaso, cinque anni. Michele, sette.
Dieci ore al giorno per cinque giorni, più ventiquattro ore per dieci giorni
al mese, per nove mesi l’anno, per sei anni. Le ore senza di loro, come sottilette impilate una sopra l’altra.

Anna in cucina mangia cetriolini sotto aceto, s’è messa la tuta, s’è fatta la coda. Il cellulare sul bancone vibra, sul bancone Anna vede una riga che lunedì non c’era. Mamma di Christian si è dimenticata di comprare il costume per la Festa della Notte e chiede se i pantaloni devono essere per forza azzurri o possono andare bene anche blu. Il gruppo Butterfly Class rimbomba risposte sibilline.
Anna fruga nelle tasche della tuta, vuote. Si annusa la punta delle dita, sanno di cetriolini. Ci riprova, annusa, niente: solo cetriolini. Vede un paio di leggings azzurri sdraiati sulla chaise longue in ingresso, un mantello blu, una bacchetta di plastica trasparente con le stelline brillanti immerse nell’acqua. Ci ha pensato lui alla Festa della Notte.

⁃ Cosa cerchi? — Lui, in cucina, alle sue spalle.
⁃ Le sigarette.
⁃ Che dici?
⁃ Niente.
⁃ Hai smesso, che dici?, hai smesso sette anni fa.
Anna strizza la spugnetta verdognola, si guarda in giro ma non c’è nient’altro da fare.
⁃ Come è andata? — chiede.
Male. Dimmi male. Dimmi che Michele non voleva spegnere la tv e Tommaso non ha voluto fare il bagno, non ha voluto mettersi il pigiama, è andato a letto vestito, dopo ore di promesse e ricatti e patti e minacce.
⁃ Tutto bene.
Anna si annusa le mani, ma lui, adesso, è davanti a lei.
⁃ Bravo per il costume. — Lo sguardo di Anna sfugge agli occhi di lui per appoggiarsi sui leggings azzurri.
⁃ Brava Katya.
⁃ Che roba è la Festa della Notte?
⁃ La Festa della Notte di Tommi. Ne parli da un mese.
⁃ Ne parlo.
⁃ Era sulla lista.
Anna tira le maniche della felpa e ci fa sparire dentro i pugni.
⁃ Lunedì, prima di andare, hai letto a Katya la lista e le hai dato 50 euro per il costume.
⁃ 50 euro.
⁃ Un po’ eccessivo, in effetti. Sei stanca?
⁃ Per niente.

Anna passa e ripassa davanti alla stanza dei bambini, passa e ripassa. Lungo la parete: San Francisco, l’Irlanda, Berlino, Cuba, la Norvegia, i viaggi con i bambini, i viaggi senza i bambini. Anna passa e ripassa, non apre la porta, si ferma, ascolta. Silenzio. Stringe gli occhi, passa e ripassa l’indice e il medio sulla fronte come per cancellare il pensiero del collega più giovane e del capo che, in questo momento, bevono, mangiano e fanno business. Gliel’avevano chiesto: “Non vieni?” — “No”. Si erano ritrovati tutti e tre dopo i rulli, con i turisti sciabattanti alle spalle, e gliel’avevano chiesto senza rallentare il passo: “Non vieni?” — “Non posso, ma grazie”.

Lui la aspetta a letto. È venerdì, il venerdì si fa sesso. Ma lei era arrivata tardi
e non avevano cenato insieme. Era rimasta a contare i pulsanti della macchina, gli alberi del giardino, le finestre della casa con le luci accese, spente, accese, spente, mentre il collega più giovane e il capo bevevano
e facevano business. Lui la aspetta a letto però forse già dorme. In bagno Anna si strucca, ma forse s’è già struccata. Dalla finestra vede la casa dei suoi.
La luce della cucina è accesa. Sua madre fa i piatti, tira tardi, parla con la zia al telefono, mentre la televisione si lamenta in sottofondo.
Aveva comprato apposta vicino ai suoi, nella stessa via della casa in cui era cresciuta, ma la sua era una villa col giardino, la taverna, la stanza dei giochi, tre bagni, quattro camere da letto, una cucina, un salone doppio, lo studio.
La casa perfetta. “Così mia madre ci aiuterà con i bambini”.
⁃ Ti aiuterò quando potrò — le aveva detto la madre.
⁃ Sono i tuoi nipoti.
⁃ Nipoti, non figli.
⁃ Ma io come faccio?
⁃ Non puoi avere tutto.

Anna si toglie le lenti, ma non le trova, scava nell’occhio che diventa rosso, lacrima. Lacrime. Le lenti abbandonate nel lavandino, sciolte, le aveva già tolte. Lui dorme con la testa sotto al cuscino. Anna a letto con gli occhi aperti. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci. Tredici. Sedici. Venti. Ventidue. Venticinque, ventisei, ventisette, ventotto, ventinove. Anna conta da quante ore ha smesso di dormire.

Arioso
di Rosalinda Conti

Oggi è il compleanno della signora S
oggi è una giornata di primavera, il sole è benevolo e non scotta ancora,
si limita a scaldare con grazia il quartiere in cui si trova la casa
della signora S e della sua famiglia

c’è una piccola festa nel giardino pavimentato, qualcuno ha appeso un filo con dei palloncini colorati -blu, verde, rosso-, c’è un tavolo con delle cose
da mangiare come patatine e panini minuscoli, un altro tavolo con delle cose
da bere, al centro una bottiglia di prosecco in un secchiello con il ghiaccio,
da aprire insieme alla torta

la signora S è vestita né bene né male, non come se fosse il suo compleanno ma neanche come se dovesse solo uscire per fare una passeggiata,
una via di mezzo

pochi sono gli invitati alla festa della signora S,
pochi ma stabili: il marito, i due figli -grandi tutti e due-, la madre anziana,
tre o quattro amiche, qualcuna accompagnata dal marito, qualcuna no,
la nipote con la figlia piccola, unica invitata sotto i trent’anni
qualche vicino passa a salutare, il marito stappa bottigliette coniche arancioni e rosse, gira con una ciotola di noccioline e la allunga verso chi si trova davanti
la signora S parla e ride, non come se fosse il suo compleanno ma neanche come se fosse il suo funerale,
una via di mezzo

oggi è il compleanno della signora S e suo marito le ha regalato una macchina fotografica
dice
ti piaceva tanto fare le foto, mi sembrava il regalo perfetto.
devi solo imparare a usarla
è molto diversa dall’analogica che avevi tu ma in giro si trovano manuali dettagliati e libri specifici su
la composizione
l’occhio
la luce
la signora S dice
grazie, sarà divertente
e dà un bacio a suo marito

la figlia della signora S le ha regalato un set per il lavoro a maglia
la signora S scarta con cura il sacchetto marrone che somiglia a una busta
del pane, estrae a uno a uno tutti gli elementi che compongono il set
un paio di ferri
sette gomitoli di un rosso scuro e opaco
le istruzioni per realizzare un maglione
comodo
largo sui fianchi
la figlia della signora S dice che il lavoro a maglia distende
concentra
migliora l’umore
tiene la mente attiva
la signora S dà un bacio in testa alla figlia e dice
grazie, ci provo, grazie, vediamo
e mette via il sacchetto vicino alla scatola della macchina fotografica

il figlio della signora S, il figlio più piccolo ma grande a sufficienza da abitare da anni in una città lontana, le ha regalato un bonsai
non è impacchettato, c’è solo un fiocco su un angolo del vaso
insieme al bonsai ci sono un libro su come sicurano i bonsai e un paio
di forbici in miniatura per potare quando è il momento di potare
sulla copertina del libro c’è il bonsai di un melo con minuscole mele cadenti
la signora S dice
grazie, so già dove metterlo

le amiche hanno fatto un regalo di gruppo,
una busta da lettere con una striscia celeste in basso e la lettera S in rosso nello spazio dove si scrive il destinatario
dentro la busta da lettere c’è il buono per un corso da sommelier
perché se ti piace il vino, magari vuoi imparare a conoscerlo,
ci sono anche delle gite nelle cantine più famose del centro Italia
più una degustazione di formaggi in omaggio
spiega una delle amiche, quella che ha insistito per regalare il corso da sommelier
la signora S dice
Grazie, non ci pensavo proprio, grazie. Sarà bello ora che è primavera
sarà bello andare un po’ in giro

la nipote della signora S non ha portato nessun regalo
però le dice che la madre di una compagna di scuola della figlia ha una cucciolata di cani che deve dare in adozione e lei sarebbe felicissima di
sono dolcissimi, vuoi vedere le foto, guarda le foto,
ne prenderei uno io se avessi spazio dentro casa
posso portartelo quando vuoi, te lo avrei portato oggi ma poi ho pensato che prima di
insomma, prima di portarti un cane sarebbe stato meglio chiedere a te, a voi
pensaci, qui starebbe bene con il giardino e tutto il verde che c’è intorno
pensaci secondo me ti farebbe
secondo me ti farebbe bene
la signora S dice che ci penserà, non ha mai avuto un cane, anzi no, ne ha avuto uno quando era piccola, ogni tanto ci ripensa, ma non sa se riuscirebbe a prendersene cura, comunque dice
grazie, ci penso

la festa va avanti fino alle quattro del pomeriggio come una qualunque festa tranquilla
il marito discute della macchina fotografica insieme a un altro signore, nessuno dei due capisce di fotografia ma gli piace molto parlarne
i figli portano e tolgono il cibo
preparano la torta
servono lo spumante
mettono delle cose a posto per non avere troppo da fare dopo e a volte devono riportare fuori cose che avevano già messo a posto perché servono ancora a qualcuno
la signora S gioca un po’ con la figlia di sua nipote, ma dopo poco trova una scusa per liquidarla,
parla con le amiche, fa un discorso
un piccolo discorso per ringraziare le persone che hanno festeggiato con lei
dice che non è mai stata un’amante delle feste, o comunque non delle feste programmate, più che altro delle feste che non sai che è una festa ma poi scopri che stai facendo festa, dev’essere perché, in fondo, è una persona indecisa e un po’ ansiosa, a cui non piace prepararsi molto prima di un qualunque evento, ma dice anche che a questo compleanno in particolare ci teneva molto, ci sono diverse cose da festeggiare, no? Quindi è molto contenta di essersi fatta convincere dai figli a organizzare questa festa intima e raccolta, perché è un’occasione per
rivedere le amiche
rivedere il figlio lontano
stare insieme
è una giornata così bella
c’è il sole finalmente, è piovuto tanto questo aprile

mentre la signora S parla le sembra di incontrare sguardi incoraggianti
o sguardi preoccupati che quindi diventano incoraggianti per dissimulare
la preoccupazione

dopo la torta, dopo il prosecco, dopo le ultime due o tre cose da dire,
la maggior parte degli invitati rientra dentro casa, prende le cose che aveva lasciato sul divano e se ne va

la signora S, dopo averli accompagnati alla porta, torna in giardino, dove il figlio, la figlia e il marito stanno sistemando le sedie e le cose rimaste
prova a fare qualcosa, la figlia dice
lascia, faccio io. Facciamo noi

quindi la signora S va in camera da letto
si siede sul bordo del letto
entra una luce piacevole dalla finestra che affaccia su un piccolo terreno boscoso non troppo distante
la signora S si affaccia alla finestra e le sembra di vedere la sagoma di un lupo farsi strada tra gli alberi e sparire nel verde
pensa che è strano, che un lupo sia così vicino a delle abitazioni, ma ultimamente doveva aver letto, forse, o forse se l’era sognato, la notizia dell’avvistamento di un lupo in una zona urbana non distante

poi la signora S si sdraia
solo per un po’

***

Oggi è il compleanno della signora S ancora per poco e la signora S seduta sul bordo del letto come poco prima di addormentarsi appena finita la festa osserva i regali che suo marito ha sistemato sulla scrivania al lato della finestra — e pensa come se un tarlo una pulce qualcosa di piccolo e insistente nel suo orecchio seminasse minuscole domande alle quali lei non risponde ma osserva
la macchina fotografica ancora nella scatola i gomitoli rossi il bonsai a cui è stato tolto il fiocco la bustina con la striscia celeste e la linguetta tirata su e l’idea di cane
osserva si chiede ma non sa bene cosa chiedersi non sa bene quindi neanche cosa rispondersi
non si chiede non si domanda non si risponde forse gira intorno a un pensiero solo ancora indefinito poi si alza e guarda fuori dalla finestra ma fuori dalla finestra è tutto buio a parte qualche lampione che illumina la strada dove la sera non passa quasi mai nessuno in questo quartiere di quasi periferia

il marito entra in camera dopo poco, entra piano senza bussare ma cercando comunque di non disturbare come attento a non destabilizzare un umore che potrebbe o non potrebbe essere buono, entra in camera e dice vuoi mangiare qualcosa, lei risponde oggi ho mangiato troppo, lui dice non mi pare, lei dice sto bene così
si guardano per un po’ senza dire niente, lui dice mi metto a letto lei dice va bene torno tra poco, va bene, vado un momento in cucina e poi torno lui dice va bene ti aspetto ma forse mi addormento prima lei dice puoi addormentarti
e va in cucina
ma in cucina non c’è niente da fare e allora va in giardino

in giardino è tutto in ordine come se nessuna festa fosse mai passata di là, tranne che per il filo di palloncini che qualcuno ha dimenticato di togliere, perché le cose troppo in alto a volte sfuggono a chi sta mettendo in ordine
la signora S si siede su una delle sedie di paglia tirate fuori dalla cantina
per la stagione estiva che tra non molto arriverà
non si chiede non si domanda non si risponde forse gira intorno a un pensiero solo che inizia a definirsi
pensa solo sto bene seduta qui sto bene e la sera è molto gentile come
solo una sera di maggio può essere ma questo dubbio insistente continua
a girarle nella testa e allora si chiede perché questa macchina fotografica questi gomitoli e questo bonsai e questo corso da sommelier e questa idea
di cane sembrano dire

ho paura di tutto questo tempo che ti rimbalza da una mano all’altra come una pallina da ping-pong o come una cosa molto fragile che prima o poi
si sgretola, come una polpetta di sabbia
ho paura di questo tempo disteso e lento come un lago di montagna che piano piano e piano piano e con delicatezza ti accoglie e poi ti affoga
ho paura di tutte queste ore libere che ti travolgono tutte insieme
come se ti scaricassero un camion di pietre davanti casa

prima non ce le avevi, adesso ce le hai, è normale che non sai che farci
è che sembra che
stai seduta tutto il giorno
lo sai che stai seduta quasi tutto il giorno?
lo sai che succede a volte alla gente che va in pensione?
a volte la gente che va in pensione, poco dopo che è andata in pensione
ha come un crollo una crisi un tracollo
alcuni addirittura un infarto
ma è normale eh
è normale
lavori tutta la vita, te a quanti anni ci sei entrata in banca, venticinque, ecco, venticinque adesso ne hai quaranta di più e all’improvviso le tue giornate cambiano come si cambia tra una vita e un’altra, è ovvio sentirsi spiazzati,
hai proprio la faccia di una spiazzata infatti

ma vedrai che avere tanto tempo ti piacerà, se sai cosa farci
devi solo
capire cosa farci
impiegarlo
sfruttarlo
occuparlo


qualcosa muove un cespuglio subito fuori dal giardino della casa della signora S
alla signora S sembra di vedere qualcosa rovistare tra le foglie
la signora S pensa che potrebbe essere il lupo che ha visto nel pomeriggio, ma sarebbe ancora più strano, perché la vicinanza a questo punto sarebbe pericolosa

la signora S torna a letto ma si addormenta solo dopo un paio d’ore, in cui pensa, o forse no, si domanda ma non si risponde

***

Oggi non è il compleanno della signora S
oggi è un giorno di quasi estate come un altro, forse appena più caldo

la signora S dorme fino alle 10, come tutte le mattine
nel tempo in cui lei dorme, il marito si è alzato, ha fatto colazione, è andato in bagno, è uscito a fare una passeggiata, ha fatto una seconda colazione di rinforzo e ha letto la prima parte del giornale
la signora S si sveglia e rimane per qualche momento seduta sul bordo del letto
sulla scrivania al lato della finestra riposano intoccati la macchina fotografica, i gomitoli rossi, il corso da sommelier, il bonsai con il libro sulla cura dei bonsai, l’idea di cane
la signora S esce dalla camera da letto e senza passare dalla cucina varca la soglia del giardino
il marito è seduto su una delle sedie di paglia, posizionata nell’angolo dove
il sole arriva prima
sta per iniziare l’inserto della Cronaca cittadina
lui dice
buongiorno
lei dice
buongiorno
lei gli chiede se ci sono novità nel mondo nel paese o nella città, lui snocciola dei riassunti degli articoli più interessanti che ha letto, ma nessuno di questi sembra a lei davvero interessante, però chiede lo stesso al marito di non buttare il giornale, perché magari lo leggerà la sera, quando le notizie saranno già stropicciate dal tempo e non più fresche

la signora S va in cucina e fa la solita colazione lenta, senza leggere e senza pensare a niente in particolare
finita la colazione va a vestirsi, né bene, né male
solo, si veste, comoda, per uscire
torna in giardino, dice al marito
esco, ci vediamo dopo
buona giornata
torna in cucina, apre il frigorifero e ne estrae una ciotola verde con un tappo
mette la ciotola in una busta di stoffa e la chiude con un nodo, poi esce di casa

la strada che costeggia il comprensorio dove abita la signora S è più trafficata del solito, perché è un giorno feriale, e la strada è un’arteria importante che collega un quartiere con molti uffici a uno con molte case
la signora S la attraversa puntando all’ingresso del terreno boscoso, che si raggiunge con circa tre minuti di cammino a passo svelto, cinque a passo lento
la signora S ha un passo né svelto né lento, quindi in quattro minuti è davanti alla staccionata di legno che separa il terreno boscoso dal resto del quartiere

si avverte, entrando nel bosco, un immediato sollievo, dovuto alla particolare densità dell’ombra creata dalla disposizione serrata di frassini e querce, che ripara dal caldo della stagione quasi estiva
la signora S cammina sul sentiero battuto senza fretta ma con la decisione di chi conosce bene la destinazione
ogni tanto si ferma ad osservare il modo in cui un fascio di luce marca una minuscola parte di sottobosco

si ferma quando il sentiero si interrompe momentaneamente, in una parte di bosco in cui gli alberi e i rovi formano con la loro assenza una radura illuminata
questo è il posto in cui la signora S tira fuori la ciotola dalla busta di stoffa, la apre e ne svuota il contenuto sul terreno
si allontana, di poco, per osservare forse inosservata l’ingresso dell’ospite che da qualche tempo viene a nutrire

un lupo dal manto grigio e qualche riflesso rosso si avvicina allo spezzatino della domenica riversato sul terreno
la signora S lo osserva mangiare e lo osserva ancora, velocemente, andarsene, osservata o non osservata a sua volta

la signora S percorre la strada al contrario, il sentiero, la staccionata, la strada trafficata, la porta di casa

la casa è vuota ed è pomeriggio
la signora S recupera il giornale dalla libreria, dove glielo lascia sempre il marito
va in giardino, sistema una delle sedie di paglia nell’unico angolo all’ombra
e legge le notizie del giorno, che iniziano a stropicciarsi

Concertato
di Luca Tazzari

Il lavoro non si cerca e non si trova. Sostituito dai concorsi, nell’eterna corsa all’occupazione (come promessa), tutti in fila, si osservano i volti scemi della realizzazione. Anche lo sconforto esige un ritmo e una comunicabilità che, con tutto me stesso, non riesco più a dare. Poi non scrivo se non da postumo. Non esiste, per chi ci ha conosciuto, un funerale. Non spiegherò più, perché
il tempo mi ha lasciato: io non ero matto, e così il lavorio ha optato per un gesto generico da lavorio, nello specifico si è scomunicato: “Basta, torno indietro”, “Io assieme a te non ci sto più.” Il tempo compie, bravo bravissimo, lo scorrere su sé medesimo, cioè: il tempo scorre, o: il tempo corre, e questa
è una favoletta che si affida al buon senso comune, ma la realtà una volta mi servì da stabilizzante dell’umore e a tessere le tele delle relazioni, come, ad esempio: nulla, non ho esempi. Tutta la mia problematica è come diventare un uomo, e l’esterno non aiuta. Diventare uomo significa: poter decidere le cose. Non solo essere padroni di se stessi, perché l’esito è un romanticismo spiegazzato: un’eterna adolescenza. Davanti alle relazioni, sotto un grande albero di melograno, spiegando i prezzi delle piante ai clienti più anziani che non andavano in pensione, ho urlato a un pezzo di tela: “Siete dei nodi!”.
La realtà non ci sta più. Diventare adulti significa saper farsi carico della propria libertà. Allora è difficile conciliare questi istinti, e anche il ritmo di un lavoro è un mio tempo estinto, e soprattutto le carte di credito o le carte dei soldi non mi danno il senso di un orario. Non mi ricordo più lo scorrere delle ore lavorative. Non avrò da me stesso nulla di più di quel che ho chiesto. “Finché vivi, mostrati al mondo, non affliggerti per niente: la vita dura poco.
Il tempo esige infine il suo tributo”. Ho abbandonato l’università, non l’ho mai iniziata, o quella strada che mi si intonava così bene, rendendomi un diapason, si è rotolata di notte sotto i miei piedi, fintanto che a casa della Ludo, poi in camera mia, poi tornando a casa ubriaco, devo vivere con i miei genitori. Oggi tra l’altro mi sono detto, mi dico spesso: “Fabbricare, fabbricare, fabbricare”. I lavori assomigliano più a delle paghette saltuarie di fine estate. Perché mi ricordavo bene il seguito, soprattutto il “fare e disfare” che mi esigo ancora, e mi gongola a ritmi alterni… Mi è rimasto questo dato… Ma, però, cos’altro, insomma? Oggi mi sono detto: “Diventare uomo senza
il lavoro è il salto faticoso. Cosa resterà di me, quando avrò attraversato il passaggio?” Ché nell’orizzonte degli eventi si staglia un paesaggio estinto.
C’è una deformità aberrante nello sguardo, e mi chiedo se si tratti dello strabismo sano dell’umano, che è lo sguardo tecnico per conoscere se stessi,
o una perversione tutta contemporanea; e anche “io preferisco” e “il rumore del mare” mi scivolano di testa come i sassolini del marciapiede, ma manca
la realtà a riorganizzare delle categorie di tempo… “Ha avuto passione?”
… Così mi ritrovo senza la possibilità di inventarmi nulla di nuovo, perché non ho subito il fascino del diverso e del progresso: mi hanno amato troppo, perché mi hanno visto giovane, non hanno saputo corteggiarmi; io non ho mai dato chances, e la mia verginità è scaduta. Ecco perché non vorrei neanche sprecarmi a farmi bello della comprensione. E sarebbe carino, di questa giornata, un riposo come questo che mi stringo forte nel calore primaverile, di fianco al pitosforo: un riposo senza lavoro. “Mentre taglia le risaie…”, “…La testa odiosa, la testa disgraziata, la faccia da schiaffi, la faccia da massacrare, la faccia della paura…” Non c’è pausa dal lavoro se non c’è lavoro. Ho riscoperto un tatuaggio interno, a livello molecolare: “Se il bravo tu farai per padre avrai il Signore, e triste non sarai”. Che poi io sia fuggito o meno, i miei metabolismi rimangono quelli di tutto il genere umano: ho fame, ho sete, ho sonno; sono i miei alert di sopravvivenza. “Ma dove? Dove fuggi? Dove ti butti? Com’è non sei di qua anche se conosci già tutti?” Ed è difficile poter parlare per presa coscienza, perché io so che mi parla sempre un altro. Come nel surf cavalco l’onda o ne vengo travolto: l’onda è esterna! Io so che ogni sentimento genera un pensiero ben preciso, un sentimento che non sono io. E allora chi sta parlando? Chi sta cercando cosa? Parlo al di là del conflitto: non c’è una realtà a porre rimedio. Tutto assomiglia ad andare via. E anche la mia vita appartiene a qualcos’altro.

FINALE
di Carlo Guasconi


Se non fosse stato per quella candelina, neanche sarei qui a scrivere queste righe. Non ci avrei pensato, avrei accettato il fatto, magari versato qualche lacrima, fatto un bel respiro, sorrisi imbarazzati, pacche sulle spalle, baci, abbracci di rito e poi sarei mollemente rotolato oltre;
verso una serata condita da un paio di bianchi in più del solito, perché comunque, in fondo,
è un’occasione particolare.
È che quella candelina, quella stupida, stupenda, candelina,
non si voleva spegnere.
O forse ero io che non riuscivo.
Ahhhh, bando alle bugie, non è più tempo di dirsele;
sicuramente sono io che non sono riuscito.
Perché dopo i primi due tentativi falliti per un accesso di tosse, al terzo,
la candelina si è spenta.
Silenzio imbarazzato tra i colleghi della durata necessaria a far scendere l’energia del momento, che subito Luca recupera con un “Olè!” Gridato più forte del necessario, e mi dà una pacca sulla schiena.
Mi ha fatto male.
Ho sentito come se la mia cassa toracica fosse vuota quando la sua mano ha impattato su di me, ma ho cercato di non darlo a vedere, non volevo far cedere nuovamente la rinnovata energia del momento.
Credo che dovrei andare a farmi vedere.
Però, a che pro?
Come se non sapessi cosa è questa tosse; come se non l’avessi già sentita prima da altri -al tempo- più grandi di me. Se lavori nell’acciaio,
se fai il saldatore, lo sai già che cosa vuol dire, la tosse.
Quindi forse è per questo che non sono ancora andato a farmi vedere.
E come lo so io lo sanno anche gli altri in questo capannone che cosa significhi questa tosse, e da qui si capisce perché il silenzio si fosse fatto imbarazzato
e perché quella cazzo di candelina non volesse spegnersi sotto
il mio fiato.
“Olè!” dicevo, “Auguri per i tuoi 30 anni, giovanotto!” Luca mi stringe affettuosamente il muscolo tra il collo e la spalla, un gesto maschio ma pieno di tenerezza.
Mi commuove per un attimo, siamo insieme, gomito a gomito, da una vita. Siamo noi che mandiamo avanti ‘sto capannone, siamo gli specializzati, le vecchie chiocce, i primi ad arrivare e gli ultimi ad uscire.
E l’occhio mi parte, tra presente e passato, comincia a viaggiare e mi fa guardare tutto ciò che c’è intorno a me: le persone che vedo ogni giorno da 30 anni che mi stanno sorridendo, annuiscono e ammiccano mentre applaudono, vedo i macchinari, le bombole di acetilene per saldare, i muletti, l’acciaio e i giovani che son lì giusto per far presenza guardando anche un po’ piccati il momento. Come fosse una perdita di tempo, come se quel momento fosse solo una cagata fatta per un vecchio.
30 anni.
360 mesi.
10.950 giorni a cui togliere le domeniche e i festivi.
Circa 98.550 ore.
Cristo.
10.950 giorni che entro ed esco da qua; ho visto gente andarsene, gente venire, scenate, chiavate, gente morire per colpa di quel che si respira, immolata sull’altare dell’industria che non si ferma mai; affari costituirsi e altri sfumare, prima e seconda generazione di padroni e manco a dire che starò sempre dalla parte della prima. Che i secondi vogliono sempre fottere e comandare ma mai una volta che uno dei loro cazzo di padri gli insegni ad essere umili. Hai appena finito di succhiare le tette a quel gran pezzo di figa che era una volta tua madre e vuoi pure fare l’arrogante? Ti investirei, cazzo.
Scusate, ma ve l’ho detto, è stata colpa di quella candelina.
Mangio un pezzo di torta, buonissima, l’ha fatta la Carmen, ha delle mani d’oro coi dolci. Le voglio bene alla Carmen.
Donna forte, di quelle su cui puoi contare.
Facciamo un brindisi con del prosecco, e poi un altro e un altro ancora che tanto la giornata è finita.
Mi vengono le lacrime, mi vengono.
Saran 5 anni che non piango.
Non voglio piangere però.
Piangono i bambini e gli anziani e io non sono ancora
abbastanza anziano da far tenerezza.
Ho 60 anni, un po’ pingue ma niente di preoccupante, le guance scavate,
le occhiaie nascoste leggermente dalla montatura dei miei occhiali
e una tosse sempre più insistente.
La festa sta per finire e in piena zona Cesarini, al mio quinto prosecco,
arriva la seconda generazione: maglioncino puro cashmere dolcevita blu scuro, giacca blu coordinata sopra al maglione, pantalone spezzato color beige, scarpa college lustra come i denti di una soubrette televisiva e auto tedesca intestata all’azienda.
Arriva trafelato, è un bel ragazzo, niente da dire, ha 30 anni,
come io ne ho di carriera qui dentro; “Scusate il ritardo, ero da un cliente,
ma non potevo mancare perché qualcuno mi ha detto che oggi
è un giorno speciale per un uomo speciale.”
Mi guarda negli occhi, fa due passi verso di me, mi dà una fottutissima
pacca sulla fottutissima schiena che mi fa un fottutissimo male, mi abbraccia
e mi dice: “Tanti auguri Luca!”
Silenzio tetro da parte di tutti.
Qualcuno sta per ridere ma poi intravede la mia faccia e cambia idea.
“Io sono Angelo.” Gli dico. “Luca è l’altro specializzato.”
“Oh.” Fa lui. “Perdona la gaffe. Sono un rincoglionito totale.
Che figura di merda.”
Sorride, io no.
“Tranquillo.” Gli dico.
Silenzio nero.
“Chiedo scusa, Angelo. Perdona la gaffe, davvero.”
“Ho detto: tranquillo.”
Lui abbassa lo sguardo.
Deficiente.
Silenzio rabbioso.
“Signori, vi lascio alla festa, che devo fare un ultimo giro da un cliente.”
“Buona serata.”
“A te Angelo, e scusa ancora.”
Va via lui e pian piano vanno via tutti, Luca mi mette una mano tra il collo
e la spalla e mi fa: “Senti…. Luca…”
Ridiamo.
“Vieni a bere l’ultimo?”
Gli dico sì, Che lo raggiungo, che prima però voglio finir due robe.
Mi dice ok, che ci vediamo al bar da Roby.
Dico va bene.
Quando anche Luca se ne è uscito mi siedo e mi guardo intorno: il mio regno; mi mette silenzio nel cuore, e comincio a scrivere questa roba qui.
Mi accendo una sigaretta.
Non so perché sto scrivendo, scrivevo da ragazzino: canzoni, poesie, racconti, mi piaceva, poi ho smesso.
Fumo.
Saran stati gli impegni, il lavoro, la famiglia che poi è andata a farsi fottere.
Fumo.
Le sere al night, i bianchini, le carte.
Non lo so, ma era da anni che non scrivevo e non so perché oggi mi è presa così.
Fumo.
So solo che se lavori nell’acciaio, nelle saldature, hai due certezze: la prima
è che è molto facile farsi venire una brutta tosse.
La seconda è che le bombole di acetilene, quelle che vi ho nominato prima, devono SEMPRE essere chiuse
e non ci deve MAI essere una fuga, perché l’acetilene
è altamente infiammabile ed esplosivo, e gli basta veramente poco
per impazzire. Finisco la sigaretta, la butto ancora accesa
nel cestino della carta della Carmen.
Mi alzo dalla sedia, vado verso la bombola di acetilene, allento la valvola
e sento che un po’ di gas comincia ad uscire.
Dal cestino esce del fumo.
Esco, che devo andare a bermi l’ultimo con Luca.

Fondato il 14 maggio 1947, il Piccolo Teatro di Milano è il primo teatro pubblico italiano nonché il più conosciuto in Italia e all’estero.

Fondato il 14 maggio 1947, il Piccolo Teatro di Milano è il primo teatro pubblico italiano nonché il più conosciuto in Italia e all’estero.